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I “RISVOLTI” DELLA DOMENICA / “La restanza”

Rubrica a cura di Salvatore Picone

Ci sono giovani siciliani che hanno deciso di restare in Sicilia, pur con molte difficoltà. Sempre col dubbio se è stata la scelta giusta, rispetto a tanti che se ne sono andati. La lettura del saggio di Vito Teti (docente universitario in Calabria che si occupa di antropologia e letteratura dei luoghi), La restanza, da poco pubblicato da Einaudi, conferma queste perplessità: andare o restare? Nel risvolto leggiamo che il tempo che stiamo vivendo appartiene a chi emigra, e sono tanti, ma anche a chi resta nel luogo d’origine e anzi lo interpreta e ne coglie i cambiamenti. Soprattutto dopo due anni di pandemia, dove tutto è cambiato, il rapporto con noi stessi, con le città e i paesi dove viviamo. Un libro davvero interessante che apre mille mondi.

Partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente. Ecco un libro da leggere

La «restanza» è un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi. È questo un tempo segnato dalle migrazioni, ma è anche il tempo, piú silenzioso, di chi “resta” nel suo luogo di origine e lo vive, lo cammina, lo interpreta, in una vertigine continua di cambiamenti. La pandemia, l’emergenza climatica, le grandi migrazioni sembra stiano modificando il nostro rapporto con il corpo, con lo spazio, con la morte, con gli altri, e pongono l’esigenza di immaginare nuove comunità, impongono a chi parte e a chi resta nuove pratiche dell’abitare. Sono oggi molte le narrazioni, spesso retoriche e senza profondità, che idealizzano la vita nei piccoli paesi, rimuovendone, insieme alla durezza, le pratiche di memoria e di speranza di chi ha voluto o ha dovuto rimanere. La restanza non riguarda soltanto i piccoli paesi, ma anche le città, le metropoli, le periferie. Se problematicamente assunta, non è una scelta di comodo o attesa di qualcosa, né apatia, né vocazione a contemplare la fine dei luoghi, ma è un processo dinamico e creativo, conflittuale, ma potenzialmente rigenerativo tanto del luogo abitato, quanto per coloro che restano ad abitarlo.