Roberto Andò. Autoritratto, Le Orestiadi, a cura di Vincenzo Trione è un progetto per Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea. Avrà una seconda parte in autunno a Palermo con la Fondazione Chiazzese e una terza l’anno prossimo al Maxxi di Roma. L’opening oggi, 11 luglio, al festival delle Orestiadi, di cui Andò è stato direttore artistico.
Una mostra su più stanze. Si apre con uno spazio immersivo dedicato alla prima opera teatrale diretta da Andò a Gibellina, L’esilio della luna. Una seconda stanza evoca amicizie e collaborazioni. Una terza affronta la presenza di Bob Wilson a Gibellina e il suo incontro con Andò. Una quarta ricostruisce la direzione artistica delle Orestiadi con immagini, documenti storici e un video montato per l’occasione da Luca Scarlatta. Parte del progetto è anche l’installazione Qui la vita non è altrove, nata dal dialogo tra Andò e Mimmo Paladino.
Ne ha scritto Felice Cavallaro ieri sul Corriere della sera.

GIBELLINA (Trapani) – Parli di Roberto Andò e il pensiero più recente corre ai volti e alle maschere di Toni Servillo che, da La stranezza a L’abbaglio, si muove attorno alla farsesca coppia Ficarra&Picone, passando da Pirandello ai garibaldini. Ma il regista scrittore per sua ammissione svezzato da Sciascia, l’anno scorso applaudito a Siracusa con Sonia Bergamasco per una potente Elettra, palermitano e anche un po’ napoletano per le direzioni del Mercadante e del San Ferdinando, capace di attraversare la prosa e l’opera lirica, ha un percorso di lunga durata che va ben oltre libri e film di successo come Il trono vuoto, diventato sullo schermo Viva la libertà, Il bambino nascosto con Silvio Orlando o Una storia senza nome con Renato Carpentieri. E va ben oltre il recente documentario su Ferdinando Scianna o l’ultimo romanzo ambientato nella sua insidiosa città, amata e temuta, Il coccodrillo di Palermo.
Perché, forse, la sua stessa vita è un “Diario senza date” per raccontarla con l’opera prima scritta quando lo conoscevano i pochi frequentatori di casa Sellerio e Andò mostrava il testo trasferito nell’omonimo film del 1995, anche se per approdare in libreria dovette aspettare il 2008. Ed è questa storia, questa altalena di attese e speranze poi culminate in successi continui, che viene adesso celebrata per un’intera estate a Gibellina.
Accade nella città sconvolta dal terremoto del 1968, tra le ferite del Cretto di Burri che vedono sbocciare una raffinata vitalità artistica proprio da quando Andò diventò, d’intesa con l’indimenticato Ludovico Corrao, direttore delle celebri “Orestiadi”. Era il 1990 e Andò coinvolgeva grandi artisti internazionali come Bob Wilson, Peter Stein, Emir Kusturica, Amos Gitai e Moni Ovadia, Mimmo Paladino e così via. Un viaggio fra versi e recite, danza e musica, sculture e dipinti, sfociato quest’anno nel riconoscimento di Gibellina come prima Capitale italiana dell’arte contemporanea.
Occasione di un esaltante riconoscimento per Andò. Un omaggio che comincia sabato 11 luglio per due mesi con un programma firmato dal neopresidente della Triennale di Milano, Vincenzo Trione. Una serie di installazioni e spettacoli da replicare e ampliare in due tappe successive, a Palermo in autunno con la Fondazione Chiazzese e al Maxxi di Roma il prossimo anno.
Previste esibizioni in quantità, confezionate dal regista Alfio Scuderi attorno a quattro stanze-installazioni allestite per raccontare opere e successi di Andò nel suo legame con autori come Sciascia e Pirandello, Piccolo e Lampedusa, fra video racconti interpretati anche da Moni Ovadia, Tony Servillo, Lino Musella.
Indovinata l’immagine di Trione che definisce Andò “un uomo del Rinascimento nato per errore nel Novecento, abile nel transitare con leggerezza da un linguaggio a un altro (dal teatro all’opera lirica, dal cinema alla letteratura), incline ad assecondare il piacere supremo del raccontare servendosi di ‘strumenti’ diversi…”.
Nel “Diario” approdato nel 1995 alla mostra di Venezia, con Bruno Granz protagonista, Andò raccontava di uno “straniero” immerso in una Palermo smemorata, dilaniata fra bellezza e mali antichi. Una città metafora del Paese. Come succedeva lo stesso anno per Il Manoscritto del Principe, il film prodotto da Giuseppe Tornatore, fra palazzi sbrecciati dalla guerra come fondali devastanti di un ignorato Tomasi di Lampedusa.
Tutte influenze evidenti per l’anima del regista scrittore specchiata nell’installazione di Mimmo Paladino intitolata Qui la vita non è altrove. Ermetica espressione nata dal dialogo tra lo stesso Andò e l’autore della Montagna di sale, opera permanente a Gibellina. Sciascia coniò l’immagine, a vent’anni dal terremoto, per esaltare la vittoria dell’arte, capace di restituire “il senso che la vita non è altrove, ma che può essere anche qui”.

Frammenti di un racconto che amplifica, con la voce di Servillo, passi de Le parrocchie di Regalpetra come “Basta un colpo di penna”, quasi fosse “un colpo di spada” a ristabilire un diritto, informa l’illustrazione di Anna Luigia De Simone. E Paladino ne conficca duecento di penne su una parete, simili a pugnali. Allegoria di una fiducia quasi sacra nella scrittura che “con un colpo di penna” dovrebbe potere denunciare un sopruso, sconfiggere l’ingiustizia.
Aspirazione affidata alle voci e anche alle musiche di Gianni Gebbia e Marco Betta, attraversando le altre stanze. Quella dell’amicizia o quella di un curriculum animato da locandine, programmi di sala, foto e ritratti di Lia Pasqualino. Fino all’atelier Tse Bob Wilson, titolo astruso ma non troppo se si decodifica la sigla del poeta premio Nobel Thomas Stearns Eliot. Riferimento all’opera realizzata da Robert “Bob” Wilson, il regista americano ospitato da Andò nel ’93 al Baglio Di Stefano, cuore di Orestiadi che per due mesi coincidono adesso con un “Autoritratto”. Come l’ha chiamato Trione. Appunto, quello del maestro forse nato per errore nel Novecento.
Felice Cavallaro